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Le sirene del SUM
Le sirene del SUM gorgheggiano melodie insinuanti e
usano raffinate strategie seduttive. Molti, abbacinati e quasi
storditi, cadono nella rete.
Ma non tutti si fanno ipnotizzare, non tutti cedono al fascino un
po’ ambiguo delle astute ammaliatrici. C’è chi resiste alle
suggestioni dei convegni faraonici e allo sfavillio della mondanità
accademica; chi oppone all’esibizione pacchiana di potenza
organizzativa e finanziaria la semplice forza dello spirito critico.
Da tempo, quasi vox clamantis in
deserto, questo sito richiama l’attenzione sulla necessità di
controlli rigorosi su certe eccellenze più strombazzate che
dimostrate, nonché su progetti carichi di pennacchi e di paillettes
come sciantose della belle époque, ma fatui e vaniloquenti: insomma,
sotto i lustrini niente.
Ora, un’altra voce
si aggiunge alle nostre critiche. Sulla “Stampa”
dell’11.04.2007, in un articolo dal titolo volutamente provocatorio
(Non
mi unisco ai cervelli italiani), Ermanno Bencivenga, noto
filosofo dell’università della California - insegna a Irvine - le
cui opinioni non sempre ci trovano d’accordo, esprime un giudizio
tutt’altro che lusinghiero sulla più recente ed eclatante
iniziativa del SUM, il megaraduno dei docenti italiani d’America a
Washington (si vedano, tra le nostre pagine web, Tu
vo’ fa l’americano e La
trasvolata). Gli lasciamo volentieri la parola.
Ci sono due cose che mi preoccupano
nell’appello all’unità, o almeno alla creazione di una
“rete”, associato alla riunione di studiosi italiani in programma
a Washington il 13 e 14 aprile (e presentata ieri su
La
Stampa
).
Primo, il suo provincialismo. Io sono italiano, legato da rapporti e
affetti ampi e profondi al mio paese d’origine; e sono anche
americano, avendo vissuto negli Stati Uniti per quasi trent’anni,
cioè quasi tutta la mia vita di lavoro, e avendoci tirato su una
famiglia. Non mi considero però un italo-americano o nessun’altra
creatura con trattini; né un cervello in fuga (da che? aveva senso
parlare di fuga dalla Germania nazista, ma non dall’Italia del
dopoguerra); né particolarmente rappresentativo della cultura
italiana o europea.
Sono un intellettuale che ha fatto la scelta di lavorare in California
invece che a Bari o a Parigi; ho colleghi che rispetto e con cui
talvolta sono in rapporti di amicizia a Bari, a Parigi, in California
e in tanti altri posti; se rappresento qualcosa è proprio lo sforzo
di superare il mio essere “gettato” (avrebbe detto Heidegger) in
un luogo specifico - superarlo conservandolo, certo, ma anche
trasfigurandolo: tramutandolo in una storia unica e personale di cui
l’essere italiano (o americano) è solo un capitolo. Ogni tanto
ricevo inviti da associazioni varie che insistono su questa condizione
di esule dal Belpaese (ne ho ricevuto anche uno ad andare a
Washington) e, cortesemente, rifiuto. Quando i voti all’estero hanno
contribuito a eleggere il nostro attuale sgangherato governo ho
ricevuto una lettera circolare che mi si chiedeva di firmare per
richiamare l’attenzione (e magari la gratitudine) dei nuovi potenti
sulla nostra particolare condizione. Non l’ho firmata, e ho pensato
che uno dei motivi per cui avevo lasciato l’Italia (e per cui il
nostro attuale governo è tanto sgangherato) era riflesso in quella
lettera: ogni gruppo di quattro gatti, da noi, tende a organizzarsi in
un gruppo di pressione.
La seconda cosa che mi preoccupa è
l’accento posto sull’“eccellenza”. Mi ricorda la celebre
affermazione di Lévi-Strauss, in Tristi
tropici, che i libri di viaggio hanno cominciato a imperversare
quando sono finiti i viaggi. In America i centri d’eccellenza si
sprecano, ma gli studenti universitari, anche in questi centri, sono
perlopiù funzionalmente analfabeti e la nazione non potrebbe
sopravvivere se non continuasse a importare persone meglio educate
dall’estero. Quella che ho fatto io in Italia negli anni dal 1968 al
1972, era un’università di massa (e di contestazione); eppure ci ho
imparato abbastanza da fare una buona carriera in America, e molti di
quelli che hanno preso la stessa strada devono aver fatto lo stesso
tipo di università, perché non hanno un’età molto diversa dalla
mia. Si impara quando c’è entusiasmo, quando c’è passione,
quando si pensa di poter fare la differenza; quindi piantiamola con le
reti accessibili a pochi privilegiati (“la futura classe
dirigente”) e ritorniamo con entusiasmo e passione in aule aperte a
tutti, perché è lì che potremo davvero dare un contributo. E adesso
devo smettere, perché grazie al cielo in quel “centro di
eccellenza” che è L’Università di California ho il piacere di
discutere con trecento studenti (perlopiù funzionalmente analfabeti)
l’Apologia di Platone.
Dovrò trovare le parole per spiegargliela; e, se qualcosa scatta
nella loro mente, saprò che la mia giornata non è passata invano.
La polemica contro il SUM-pensiero (ammesso che lo si possa
chiamare tale), pur condotta con toni molto pacati, non potrebb’essere
più radicale. Tutti gli idoli e i feticci di quella potente tribù
sono garbatamente ma implacabilmente frantumati. Non abbiamo niente da
aggiungere a questa lucida disamina, che condividiamo in pieno. Una
sola osservazione, tanto per riprendere la metafora esordiale: le
sirene sono sì fascinose, ma, poverette, desinunt
in piscem; una fine, come ci insegna Orazio, che non è proprio il
top dell’eccellenza.
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