|
“L’autogoverno locale può esistere solo se collegato
alla responsabilità. Se ques’ultima viene a mancare, anche il
‘privilegio’ dell’autogoverno dovrebbe essere, almeno
temporaneamente, sospeso”, afferma Panebianco, constatando come
spesso le riforme finalizzate alla concessione di ampia autonomia agli
enti locali abbiano avuto esito fallimentare: in tal modo
“l’Italia si è allontanata dal modello ‘puro’ di Stato
centralizzato, di ispirazione napoleonica”, ma con la (nuova)
autonomia si è mantenuto
in vita il (vecchio) accentarmento politico-burocratico. “Con il
risultato di sommare i difetti dei sistemi accentrati e di quelli
decentrati o federali senza averne i pregi. Inoltre, gli spostamenti
di poteri e risorse verso la periferia non sono mai stati accompagnati
dalla formazione di corrispondenti oneri e sanzioni
responsabilizzanti”. Così, gli organi periferici possono attribuire
tutta la responsabilità dell’inefficienza al governo centrale, il
quale a sua volta rovescia ogni colpa sugli amministratori locali. E
alla fine nessuno paga i propri errori. L’università è lo specchio del paese. Anche qui,
l’autonomia senza responsabilità ha prodotto disastri epocali e
cumuli di macerie, come sottolineavo in un’intervista rilasciata al
giornalista Filippo Tosatto e pubblicata sul “Mattino” di Padova
del 24.01.08: “Il vero degrado è coinciso con quest’autonomia
fasulla che vorrebbe scimmiottare gli atenei americani ma nei fatti ne
capovolge i criteri. Negli Stati Uniti non esiste il valore legale del
titolo di studio: contano il merito effettivo e il prestigio degli
studi compiuti. Le università competono per migliorarsi perché
vivono grazie alle tasse, salate, degli studenti: se non sono in grado
di fornire una preparazione adeguata, i giovani vanno altrove […].
Inoltre, i figli dei ricchi, con le loro rette, finanziano le borse di
studio dei poveri super-intelligenti. Autonomia nella responsabilità:
così, il sistema funziona. In Italia avviene il contrario. Il valore
legale del titolo di studio scatena una corsa al ribasso, la
competenza è ignorata, vince chi offre una laurea a condizioni più
facili. Un effetto devastante che si ripercuote anche sul reclutamento
del personale universitario, leggi malaffare dei concorsi”. Ho
appena finito di leggere l’articolo di Davide Carlucci sui
concorsi universitari truccati del 23 gennaio, e ancora mi pervade
un senso di rabbiosa, devastante umiliazione. Finora avevo sempre
cercato di difendere l’Università dove ho percorso l’intera
carriera, senza accorgermi - o forse facendo finta di non accorgermi
- come tanti altri colleghi mai toccati dal marchio del nepotismo,
del marcio che mi circondava. Adesso mi sento come l’invitato ad
un pranzo di gala, che ha visto dei convitati portarsi a casa le
posate d’argento, senza aver avuto il coraggio d’intervenire.
Mi scrive, a proposito di queste amare riflessioni, Ireneo
Galizia: È
proprio vero: capita spesso di assistere a prepotenze, atti di
arroganza, decisioni che calpestano la legalità, e tutti tacciono.
Si tace per amicizia, per paura di subire qualche danno o per poter
avere qualche guadagno. “Tengo famiglia” - si sente dire, il che
non significa necessariamente collusione con la concorsopoli
familiare: c’è anche la famiglia accademica, nel senso che ci si
preoccupa delle sorti degli allievi (com’è anche giusto, purché
non si spingano i propri allievi scadenti a detrimento di quelli
altrui più meritevoli). Ma bisogna rendersi conto che la colpa di
tante cose che non vanno nell’università è anche di chi tace.
Per quanto mi riguarda, c’è soprattutto un interrogativo che mi
angoscia: come si combatte l’arroganza del potere? Qual è
l’atteggiamento più giusto ed efficace? Denuncia, scontro
frontale, mediazione? Un fatto è certo: nel silenzio generale,
l’arroganza di certe cricche cresce indisturbata. E non prepara
nulla di buono per il futuro dei nostri giovani. |