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Riceviamo da Enrico Livrea, grecista d’indiscusso prestigio
internazionale, questo cahier de
doléances in cui chi, per
sua sventura, vive e lavora nella Facoltà di Lettere di Firenze
riconoscerà certamente le proprie amarezze, il proprio senso di
sconforto e d’impotenza, la sensazione costante di un’implacabile
congiura della cricca dei peggiori per intralciare in ogni modo (con
la vessazione burocratica asfissiante, col progressivo sfacelo delle
strutture) il lavoro di chi ancora crede nella ricerca scientifica e
nella didattica di qualità, allo scopo mai dichiarato - eppure
chiarissimo - di eliminare ogni meritocrazia, ogni distinzione
qualitativa: se in questa buia notte dello spirito tutte le vacche
sono bigie, solo la capacità di ordire trame e di affiliarsi a cosche
potenti alla fine farà la differenza. Non i veri, onesti studiosi, ma
i più torbidi maneggioni si accaparreranno, senza concorrenza, fondi
e cariche. Livrea mette sotto accusa una destra fascistoide e
corrotta. Ora, tale parte politica avrà mille responsabilità, ma
sembra difficile attribuirle il degrado vergognoso della facoltà più
rossa della rossissima Toscana. Che poi, spesso, il rosso non sia
altro che una sommaria riverniciatura di un’anima nera
congenitamente illiberale, come afferma il collega, è tesi antica (la
sostenne a suo tempo, dalla sua cattedra fiorentina, l’acuto
filosofo Giulio Preti, non a caso vittima di ostracismo, diffamazione
e violenze psicologiche) che non giustifica affatto - semmai aggrava -
le responsabilità della sinistra nella deriva demagogica, lassista,
finto-egualitaria della scuola e dell’università. Chi ha cavalcato
il sessantotto col peggior ciarpame pseudorivoluzionario delle
‘fantasie’ (da spinello) al potere? Chi ha sponsorizzato a
oltranza il nefasto donmilanismo d’accatto e la sua più ottusa
retorica pauperista? Chi ha inculcato nelle masse e negli insegnanti
l’orrore per la competizione e per la selezione, col bel risultato
che la selezione non la fa più la scuola ma il censo familiare o il
partito? Difatti non hanno avuto bisogno di laurearsi per far carriera
- a sinistra - né Walter Veltroni né Massimo D’Alema né Francesco
Rutelli, tutti nati nelle famiglie ‘giuste’. Quanto alla
cosiddetta destra (una pura astrazione in cui s’incasellano a forza
realtà diversissime tra loro come scampoli ex-dc, leghisti, missini
nostalgici, missini convertiti, ex socialisti anticomunisti, ex
liberali, berluscones e affini), nel mondo della cultura non ha mai
avuto voce e poco ha fatto per conquistarsi un qualche spazio in
territorio ostile, preferendo - con calcolo comprensibile ma miope -
investire nella difesa degli interessi del ‘popolo della partita
Iva’. Ma sembra ormai arcaica e inutile questa demonizzazione (con
parallela invocazione di una sinistra salvifica, mitologica, che è
sempre ‘altra’: altra da quella - deludente e inconcludente - che
oggi (s)governa; altra da quella che fin dal dopoguerra ha
spadroneggiato nella nostra facoltà coi caporioni del PCI, e così
via). È sui programmi, sulle proposte concrete, sulla capacità di
uscire dalla palude che ormai si dovrà misurare il consenso; e non si
potrà certo svecchiare questo sclerotico paese restando incollati a
certe categorie obsolete. Intanto, una lezione viene dalla Francia,
dove non pochi intellettuali di cultura socialista hanno accettato - e
non per opportunismo - di collaborare con Sarkozy. Magari
sbaglieranno, ma intanto è una svolta, un segnale di cambiamento, di
rifiuto delle gabbie ideologiche in nome di una visione più duttile e
pragmatica della politica. A proposito: neppure nell’esagono
l’università è il migliore dei mondi possibili; anche lì molte
facoltà umanistiche sono diventate inutili parcheggi di giovani
inetti o sfaticati, come ben si vede dalla nostra ‘clientela’
Erasmus, spesso costituita da studenti d’ignoranza abissale. Vedremo
se oltralpe si saprà trovare un efficace antidoto al degrado o se
invece, anche lì come da noi (e forse in tutta l’Europa pervasa da
una specie di cupio dissolvi),
semplicemente si prenderà atto dell’agonia irreversibile della
cultura occidentale, aspettando, anziché l’introvabile Godot, un
qualche Mohammed che stacchi la spina. DISFATTA Lettera
aperta al Ministro Mussi Eracle
dovette deviare il corso dei fiumi Alfeo e Peneo per ripulire in un
sol giorno le stalle del figlio di Helios, Augia, le quali comunque
rischiano quasi di apparire un aromatico salotto se paragonate
all’università italiana, ove accumulo pluridecennale di letame
baronale e di miasmi corporativi pseudosindacali, impenetrabili
sedimentazioni di malgoverno burocratico, stratificazioni pietrificate
di corruzione, familismo mafioso, provincialismi e mediocrità
d’ogni risma promettono di resistere a ogni intervento catartico del
volenteroso ministro Mussi e della sua squadra di riformatori, certo
ben consapevole che la resistenza inerziale più pericolosa sarà
proprio quella di un pantano maleodorante che tutto risucchia
inesorabilmente verso un abisso senza fondo. Il sintomo più grave
dello stato di coma irreversibile in cui giace 1) Fra tutti i settori arretrati e degradati del tessuto nazionale, proprio l’università è quella che più ci trascina alla deriva, il più lontano possibile dall’ Europa civile, da cui ci appare abissalmente remota sul piano scientifico, didattico e amministrativo. Che
cosa mi attende invece ad ogni mio traumatico rientro nella non più
prestigiosa, ma ahimé decadente e disfatta università fiorentina,
nella cui disastrata Facoltà di Lettere subisco la sventura di esser
professore ordinario da più di cinque lustri, senza per questo
sentirmi minimamente autoctono nec natione nec moribus? Un
orrido sgabuzzino ammuffito dove devo professare la mia disciplina,
che è Sembra perfino grottesco nobilitare cotanto sfacelo (solo in questo campo Firenze batte tutti) sottoponendolo a riflessioni di tipo diagnostico, sì da fissare le coordinate storiche, filosofiche, economiche, politiche, sociali, antropologiche della rovinosa disfatta: l’opera è del resto stata compiuta ad abundantiam da tutta una serie spesso assai valida di pubblicistica denunciativa e propositiva, nella quale continua a spiccare per onestà intellettuale e rigore etico lo storico pamphlet di Raffaele Simone, L’Università dei tre tradimenti, del quale bisognerebbe imporre la ripetuta copiatura a tutti gli operatori accademici, proprio come i monaci medievali che trascrivevano i manoscritti anche per mortificare la carne. Occorre semmai compiere un passo in avanti e chiedersi quale tipo di ‘cultura’ storico-antropologica si rifletta in questo mondo degradato e degradante, ove però pur sempre, tra enormi sacrifici, continua ad operare un nucleo di studiosi attratti non dal corposo miraggio del potere, ma dall’ansia di creare il sapere attraverso la ricerca e dal bisogno di trasmetterlo nella prassi didattica. La risposta suona ahimé univocamente sicura: questa è la cultura reale della destra, di quella destra che non solo è maggioranza numerica nel paese (l’unico al mondo ad alimentare un autoritarismo fascistoide tricipite, quello vetero-nostalgico, quello aziendale-mediatico, quello razzista e localseparatista), ma che risiede dentro il cervello del paese -la sua università - condannandolo a una decomposizione più precipite ed irrimediabile di quella ingenerata da ingestione recidiva di muccapazza (altro che ‘vacca da mungere’ della similitudine troppo buonista di Simone!). Qui ovviamente non contano le speciose verniciature (spesso, ahinoi, rosso-antico, e ancor più spesso del colore indefinito ed inquietante di poteri occulti e trasversali arcinoti) con cui si tenta di imbellettare la corposa laidezza di questa cultura di destra, fatta di totale assenza di ogni autentico spirito democratico ucciso da un verticismo arrogante e brutale; di volgarissimi interessi di potere economico e culturale spacciato come identico tout court con la cultura; di repressione di ogni forma di dissenso con infinita strumentazione intimidatoria ritorsiva, fino all’eliminazione psicofisica dell’avversario del regime; di sadismo burocratico che promuove ed esalta i peggiori deprimendo e umiliando ogni forza viva e produttiva; di immoralità e corruzione familistico-clientelare corrodenti ormai anche le più riposte fibre istituzionali; di assoluto disprezzo – fatte salve talune vacue ed ipocrite strumentalizzazioni – tanto del soggetto del processo pedagogico, il discente, quanto del valore, in termini quantitativi e qualitativi, della cultura prodotta attraverso pubblicazioni e insegnamento; di uno squallido conformismo reazionario, ripiegato su una dimensione feudalmente arretrata, in cui le istituzioni sono solo territorio da occupare manu militari, da spremere in tutte le sue risorse, da spartire con vassalli conniventi e idolatranti (il mio Dipartimento di Scienze dell’ Antichità è un esempio credo unico al mondo di questa perversione). Anche se ognuno di questi punti merita di esser svolto in un capitolo intero, qui dobbiamo limitarci a rilevare che l’Italia ha esattamente l’università che si merita, l’accademia stracciona di un paese dove due (stavo per dire cittadini, ma preferisco sudditi) su tre non hanno mai letto un libro, dove oltre il 70% è analfabeta di ritorno, e dove ciondola fra fantasmi di demenziale edonismo consumistico la peggiore gioventù d’Europa per vuotaggine e ignoranza, coccolata dallo stolido e piagnucoloso vittimismo di genitori e falsi maestri. Non
sussulti, caro ministro Mussi, se qualcuno Le dichiara che in Italia
di università si può morire e si muore: ogni docente dotato di senso
etico e di deontologia professionale, stritolato come un misero punto
di intersezione fra l’ascissa minacciosa della facoltà sfasciata
(vedi Lettere a Firenze) e l’ordinata di regime del gruppo
concorsuale, se detesta una cinica atarassia e se non anela a una
soluzione finale di tipo stoico-senecano, finirà prima o poi per
ammalarsi gravemente non solo nello spirito, ma anche nel corpo, fra
la pelosa indifferenza ed anzi Eppure, il ministro Mussi sa perfettamente, come ogni politico di retto sentire e di limpida coscienza, che invece di dibattere all’infinito sui massimi sistemi o sul carattere uno e trino della docenza (quasi si trattasse delle gerarchie angeliche dello pseudo-Dionigi l’Areopagita), basterebbe applicare con drastico rigore e in tempi strettissimi una terapia d’urto fatta di misure assai semplici e perfino banali, per ottenere sia l’incinerazione dei resti maleodoranti della Grande Malata (che si può riformare con lo stesso esito che sortirebbe putacaso il tentativo di riformare la mistica fascista o l’economia stalinista), sia la rinascita dalle ceneri, non già dell’ Araba Fenice, ma di una creatura accademica del tutto nuova, prodigiosamente simile alle sue più fortunate consorelle d’oltralpe. Ridotta all’ osso, questa “rivoluzione per un’università normale” potrebbe perfino concentrarsi nell’abusata precettistica del decalogo. 1) Istituire severi esami di ammissione a ogni facoltà, per ottenere non solo una motivata selezione dell’utenza, ma anche l’immediata rianimazione delle comatose scuole superiori, le quali di fronte a uno sbarramento invalicabile per i loro falsi ‘maturi’ dovrebbero precipitosamente ristrutturarsi in programmi, metodologie, finalità, docenze e decenze. 2) Immersione totale dello studente selezionato nel processo di produzione e trasmissione della cultura superiore, attraverso forme obbligatorie di tutorato e di raccordo col mondo della scienza e della produzione, ma soprattutto attraverso un innalzamento del livello didattico che scoraggi fin dall’inizio ogni cialtroneria. 3) Immediato pensionamento dei docenti a 65 anni, come in tutto il mondo civile; essi potranno continuare ad usufruire delle strutture accademiche unicamente a scopo di studio (vedi Germania), ove il loro apporto, se esisterà, sarà il benvenuto. 4) Messa ad
esaurimento di tutti gli
attuali ruoli docenti, in attesa di applicare sulla scia di modelli
europei un redditometro efficace (impact factor, collaborazioni
internazionali, capacità didattiche ed organizzative, qualità delle
tesi discusse etc.) che sfoltisca drasticamente le superaffollate
legioni di peones abborracciate
in decenni di perverso clientelismo feudale. 5) Immediato ricambio, a furor di popolo e con cadenze non rinnovabili,
di tutti gli organismi direttivi (rettori, presidi, presidenti di
corsi di laurea, direttori di dipartimento) se palesemente inetti e/o
corrotti, da sostituire ipso
facto con personalità
che sappiano non già di burocrazia (ci arriva qualsiasi imbecille),
bensì di ricerca scientifica e di didattica. 6) Rimozione di tutti gli ostacoli burocratico-finanziari che hanno di
fatto annullato, nel nome di una fittizia autonomia (leggi: carta
bianca alle mafie locali), il diritto-dovere di chiamata, che è lo
spirito vitale dell’università alla ricerca del meglio, fin dalle
sue origini tardoantiche e medievali. 7) Drastico sfoltimento dei corsi di laurea e delle discipline, da
ridurre a pochissime unità, inferiori nel numero agli attuali gruppi
disciplinari, e all’interno delle quali il docente dovrà dimostrare
ampio spettro di flessibilità didattica agganciata ai suoi interessi
di ricerca. 8) Trasformazione dei pletorici e inutilissimi organi collegiali
assembleari, delizia dei mediocri, dei demagoghi e degli imbroglioni,
in piccoli ed efficienti parlamenti elettivi, come ad es. in Francia;
chiusura d’imperio di tutti i comitati d’affari più o meno
mascherati, come le famigerate ‘consulte’. 9) Immediato smantellamento dei numerosi atenei clientelari di
provincia, e dirottamento delle enormi risorse così risparmiate sulle
università di antica e collaudata tradizione, obbligandole a
rispettare una linea virtuosa, cioè determinati standards
internazionalmente riconosciuti di strumentazione scientifica e
bibliografica, nonché di spazi e strutture per la ricerca e la
didattica. 10) Lotta senza quartiere al burocratismo e al provincialismo negli
uffici e soprattutto nelle teste, e guerra spietata al clientelismo
mafioso, non senza ricorrere all’aiuto della magistratura per i
tantissimi casi conclamati di malauniversità, e al tempestivo apporto
del parlamento per tradurre in legge quei provvedimenti che non
potrebbero rientrare fra le misure amministrative (però il marasma di
queste due istituzioni induce alla sfiducia più totale). Non
si è nemmeno sfiorato, come si vede, lo pseudoproblema del
‘reclutamento dei docenti’ che una lettura riduttiva, baronale e
reazionaria della catastrofe è riuscita a imporre alla frastornata e
distratta opinione pubblica come la sola questione meritevole
d’interventi legislativi. Che qualche più o meno illustre maitre à penser (ne
abbiamo uno più invasivo di una metastasi) possa onestamente credere
che la quadratura del cerchio si risolva affidando nuove investiture
concorsuali alle attuali facoltà, che sono il centro motore del più bieco malaffare
accademico, può significare soltanto che costui non ha mai respirato
la torbida e rissosa atmosfera dei consigli-malebolge, a cui
giustamente preferisce ludiche digitazioni al computer: non preferiva
del resto Eraclito giocare con i bambini nel tempio di Artemide ad
Efeso piuttosto che partecipare all’immonda gestione della polis?
In un’università rinnovata, qualunque sistema concorsuale (perfino
l’orroroso pasticcio localistico-clientelare vigente), funzionerà
bene, purché attuato da giudici dotti, probi e coscienziosi;
nell’università attuale invece qualunque ‘nuovo’ sistema
concorsuale sarà svuotato nel giro di poche ore di ogni energia
innovativa e catartica dal riaggregarsi di torbidi interessi
corporativi. E se qualcuno malgrado tutto volesse insistere per un
inutile suggerimento propositivo, gli si offriranno tre alternative
provocazioni. Si affidi l’investitura dei baroni nostrani alla
Regina di Gran Bretagna, considerato che, ogni volta che Her Majesty
nomina un Regius Professor, dimostra di saper scegliere (guarda caso!)
chi è, nel contempo, il miglior studioso nel suo paese e spesso il più
prestigioso del mondo intero. Oppure, com’era prassi in certi
periodi dell’Impero Bizantino, si vendano le cattedre universitarie
al miglior offerente, il che è almeno un modo brutalmente diretto di
riconoscere che la forza del potere economico-politico-culturale
logora chi non ce l’ha. O ancora, si accolga la suggestione
dell’immortale Satiricon
di
Petronio Arbitro e si tratti l’università italiana come la fastosa
e pacchiana tomba di Trimalchione: la si faccia vigilare (chiusa) da
un liberto, ne populus
cacatum currat. Professore Ordinario di Letteratura Greca nell’Università di Firenze già
Alexander von Humboldt-Gastprofessor an den Universitäten Köln und Fellow
of the Center for Hellenic Studies, Professeur
de Langue et Littérature Grecques à l’Université de |