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Non c’è due senza tre Firenze
capitale della cultura. Florentia
excellentissima urbs, universitarii mundi caput. Però,
ammettiamolo, qualche neo c’è: abbiamo, con ogni probabilità,
l’ateneo finanziariamente (e non solo) più dissestato che esista
sulla faccia della terra. Quell’altro nuovo ateneuzzo - il SUM -
spuntato in città dalla sera alla mattina, come un’amanita muscaria,
si è autoproclamato d’eccellenza ma è subito inciampato in gaffes
madornali e procedure di reclutamento a dir poco fantozziane. Così,
giacché appare improbabile che queste due istituzioni possano dare
alla città il lustro accademico che merita, non ci resta che sperare
nella terza. “Come?!?
che cosa?!? Ci manca solo questa!”. No, non ci manca. C’è già:
è l’Università Telematica non statale “Italian University
Line” (IUL), un’università a distanza, all’insegna delle nuove
tecnologie dell’apprendimento (e-learning), che ha sede legale
proprio a Firenze, in via Michelangelo Buonarroti 10. È stata
istituita col decreto del 2 dicembre 2005 (firmato dall’allora
ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca Letizia
Moratti), pubblicato sulla G.U. n. 4 del 5.1.2006. Università,
dunque, non statale. Privata, allora? Non proprio, visto che i docenti
risultano in servizio presso vari atenei statali. Insomma, tanto per
cambiare, il solito pasticciaccio all’italiana: chiamiamola
Università del dopolavoro, o del doppio lavoro. Nel
Consiglio d’Amministrazione, presieduto da Stefania Fuscagni
(professore associato di Storia greca presso la facoltà di Lettere di
Firenze, consigliere regionale toscano di Forza Italia), troviamo nomi
noti, come quello dell’ex rettore dell’Università di Firenze
Paolo Blasi (per qualche notizia sul suo operato si veda, in questo
sito, ISU
e dintorni), che dell’attuale voragine di bilancio pose le
brillanti premesse, e quello dell’attuale Magnifico, l’ubiquo Marinelli, il
rettore del profondo rosso e dei buchi neri (cfr., per i più recenti
sviluppi, Caro Rettore…). Rettore
della IUL è Michele Corsi, professore di Pedagogia nell’Università
di Macerata, dove ricopre anche la carica di Preside della Facoltà di
Scienze della Formazione. Come
Marinelli, che da anni ormai campeggia sulle pagine di quotidiani e
periodici per imprese concorsuali non proprio limpidissime, anche
Corsi (guarda caso! quando si dice il destino cinico e baro), per una
specie di maledizione che sembra incombere sul mondo accademico in
qualche modo legato a Firenze, è incorso in qualche infortunio. Per
darvi un’idea dei fatti, riportiamo qui in parte l’articolo di
Gian Antonio Stella pubblicato sul Corriere
della Sera del
30.01.2007: Il rientro del "cervello"
mongolo Il
progetto "Rientro dei Cervelli" per riportare in Italia i
giovani genii espatriati si chiude domani con un trionfo: dalla
mongola Ulaanbaatar, ad esempio, è tornato un sessantenne che non
se n'era mai andato da Trieste. Il rimpatriato adesso ha la cattedra
all'università di Macerata. Si chiama Aldo Colleoni e il suo
percorso accademico, che secondo l'ateneo marchigiano è formalmente
ineccepibile, merita di essere raccontato. Il punto di partenza, va
da sé, è il problema annoso della fuga dei cervelli […]. Una
fuga collettiva non solo malinconica per chi se ne va, ma dannosa
per il Paese. Con un costo annuo che qualche esperto ha stimato in
otto miliardi di euro l'anno […]. Da qui, sette anni fa, era nata
l'idea di un progetto chiamato appunto "Rientro dei
Cervelli". Che prevedeva, col decreto ministeriale numero 13
del 21 gennaio 2001, uno stanziamento iniziale di tre milioni di
euro coi quali lo Stato si faceva carico del 95% dello stipendio
degli scienziati sparsi per il mondo che avessero accettato di
tornare in Italia per inserirsi nelle nostre università. Con la
prospettiva di un rientro definitivo. Prospettiva niente affatto
vaga. E confermata anno dopo anno dai vari "aggiornamenti"
della legge, alla faccia di ogni scetticismo. Diceva ad esempio un
comunicato di Letizia Moratti del 10 maggio scorso che "in
riferimento alle allarmistiche notizie di stampa e d'agenzia sul
presunto blocco dell'operazione ‘Rientro dei cervelli’ in
Italia", il ministero ci teneva a far sapere che nel 2006 era
stata "data priorità alla stabilizzazione" dei giovani
rientrati. Tanto è vero, proseguiva il documento, che il ministero
aveva messo a disposizione altri "tre milioni di euro per
consentire alle singole università chiamate dirette degli studiosi
che avevano già usufruito dei provvedimenti per il rientro dei
cervelli". Chiaro? Come sia andata a finire lo abbiamo già
scritto: al momento di arruolare in via definitiva gli studiosi
rientrati (tra i quali c'erano forse dei figli di papà finanziati
dalla famiglia nella loro esperienza all'estero, forse qualche
somaro raccomandato ma certamente anche qualche fuoriclasse che per
tornare aveva lasciato posti di assoluto prestigio) la congrega
accademica si è chiusa a riccio. […] Possibile che su 499 persone
convinte a tornare e a giocarsela nel sistema universitario italiano
con la sottintesa promessa che non sarebbero stati stritolati tra i
giochetti di bottega e di potere, ci fossero solo poche decine di
giovani (il numero non è ancora ufficiale: c'è chi dice 33, chi
dice solo una decina e i tempi scadono domani) considerati
all'altezza di un pianeta che oggi, tra ordinari e associati e
ricercatori, occupa sessantamila docenti? Il fatto è che il Cun
(cioè il Consiglio Universitario Nazionale, l'organo elettivo di
rappresentanza delle autonomie universitarie), secondo i giovani
segati ma anche secondo buona parte degli uomini di scienza
insofferenti alle antiche baronie, ha espresso le sue valutazioni in
maniera meccanica: per avere la cattedra di "tipo XB"
dovevi avere un incarico "equipollente" (parola rococò
adorata dai vecchi tromboni) da un'altra parte. Chiunque capisca di
calcio sa che è meglio essere il centravanti di riserva del Real
Madrid che il titolare del Bettola Football Club. Chiunque capisca
di lirica sa che è meglio stare nel coro della Scala che essere il
tenore del teatro d'opera di Serracapriola. Ma lì, al Cun, no:
contano i timbri. Se sei ordinario in un ateneo del Kamchakta passi,
se sei il più geniale rampollo emergente di Harvard no: e i timbri?
Ed è così che, richiamandosi espressamente al decreto del 21
gennaio 2001 sul "rientro dei cervelli", l'università di
Macerata ha votato una delibera per la chiamata diretta, senza uno
straccio di concorso, di Aldo Colleoni. Chiamato a insegnare
Geografia economico- politica e scelto per chiara fama dal rettore
Roberto Sani che aveva avuto modo di apprezzarlo […] per certi
"convegni di forte richiamo per il pubblico locale, come
"Macerata- Mongolia, la sfida della globalizzazione"".
L'età del giovanotto neoassunto è incoraggiante: sessant'anni.
Ancora più interessante però è il nome del prestigioso ateneo al
quale, stando al verbale dell'università marchigiana, lo abbiamo
strappato. Stanford? Princeton? Yale? Berkeley? No: la Zokhiomj di
Ulaanbaatar (Mongolia). Certo, a cercarla su internet, non c'è ma
lui, il chiarissimo "Prof. Dr. Cav. Aldo Colleoni" (così
si presenta sul sito in cui troneggia come Console Onorario della
Mongolia insieme con "la consorte, sig.ra Paola Alzetta
Colleoni") ci rasserena: "Esiste, esiste. Le assicuro che
c'è. Ci insegna anche l'ambasciatore". E quando ci va?
"Ci andavo a periodi. Ora non più". Sia chiaro: il punto
non è la competenza. Sulla Mongolia, della quale si innamorò dopo
i fuochi giovanili sessantottini, Colleoni sa molto. Ha cominciato
ad andarci, spiega, nel 1975, "dopo la prima laurea, o dopo la
seconda". Sul Paese di Gengis Khan ha scritto una guida
turistica, una raccolta di poesie, un manuale di economia. Ha
portato a Trieste ministri e autorità mongole e in Mongolia autorità
e imprenditori triestini. Rappresenta da anni il grande stato delle
steppe in Italia ed è riuscito addirittura a far firmare un
protocollo d'intesa in base al quale la città di San Giusto ospiterà
un Registro Navale e (udite udite) una flotta di navi mongole. Il
che, per un Paese piantato in mezzo all'Asia a oltre un migliaio di
chilometri dal mare più vicino, equivale a una scommessa da
capogiro. Insomma, diamo pure per scontato che il neodocente, sul
suo, sia ferratissimo. Ma la domanda è un'altra: serviva a questo,
la legge sul rientro dei cervelli? A riportare in Italia un anziano
signore che, tra un viaggio e l'altro, ha sempre vissuto a Trieste? Florentia, cloaca maxima.
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