|
Qualche giorno fa, verso mezzogiorno,
passando per via degli Alfani, ho intravisto nel chiostrino dei morti
(l’ingresso ‘anonimo’ da cui si accede non solo alla Presidenza
di Lettere e Filosofia, ma anche alla Biblioteca Umanistica, la più
importante biblioteca universitaria d'Italia), due signori
biancovestiti che assomigliavano in tutto e per tutto ai peripatetici
di cui il 22 giugno avevo inconsapevolmente carpito la conversazione. La realtà, come sempre, supera la
fantasia, mi sono detto. Quello che credevo impossibile era invece di
fronte a me, a portata di mano, anzi a portata di registrazione. Ho
subito schiacciato il tasto, e questa volta non per sbaglio. Sapiens.
Caro amico, che cosa stai sfogliando con tanta attenzione? Idiota.
Sto leggendo un articolo apparso sul “Mondo” del 29 giugno 2007.
S’intitola “Il buco nero”; mi era sfuggito, me l’ha prestato
oggi un amico. Sapiens.
Che cosa c’è di tanto interessante? Idiota.
Oltre a dar notizia dei disastri finanziari degli atenei, riporta le
sagge parole della vostra Preside, sempre in prima linea tra i
fedelissimi del rettore. Sapiens.
Guarda che noi siamo molto orgogliosi di lei. Ti ho già spiegato che
quella è la strada giusta per riportare la nostra disgraziata facoltà
agli antichi fasti. Idiota.
Sì, sì… però, stando a quello che ci racconta il “Mondo”, mi
pare che l’entusiasmo filorettorale abbia giocato un brutto scherzo
alla vostra beneamata. Quando, di fronte alla lettera di due
autorevoli docenti che chiedono spiegazioni sul bilancio, afferma che
“al di là del metodo, non condivisibile”, “sollevare questioni
nei modi stigmatizzati finisce per suscitare sconcerto e
disorientamento da parte dei colleghi dell’Ateneo”, sembra quasi
d’esser tornati ai tempi del Minculpop, se non dell’Inquisizione. Sapiens.
Mah! Sarà colpa dei soliti giornalisti che fraintendono. Vedrai che
saranno costretti a smentire. Idiota.
Smentire?!? Ma se il giornalista riporta parola per parola quanto si
legge nel verbale di una seduta del senato accademico! Tra l’altro,
quel verbale figura anche sul forum aperto da alcuni giorni nel sito
dell’ateneo. Sapiens.
E allora, se proprio vuoi il mio parere, ti dico che la nostra Preside
ha fatto benissimo a parlare così. Non è bello turbare i colleghi,
è meglio nascondere le cose che non vanno, e soprattutto bisogna
difendere a ogni costo l’immagine e il buon nome della nostra
università. I panni sporchi si lavano in casa: come si fa a ignorare
quest’aurea massima? Solo dei poveri sciocchi autolesionisti possono
pensarla diversamente. E soprattutto non si rendono conto che lei
lavora per il nostro bene… voglio dire per il bene suo e dei suoi
amici. Idiota.
Eh, capisco… Però mi giungono voci che anche la programmazione dei
posti da mettere a concorso non sia proprio il massimo della
trasparenza e dell’equità. Sapiens.
No, ti sbagli di grosso! Anzi, è proprio lì, nella programmazione
didattica, che l’attuale gestione dà il meglio di sé. Perché,
com’è giusto, ora non ha più alcun peso il numero dei docenti di
cui dispone un certo insegnamento, e meno ancora conta il numero degli
iscritti o degli esami. Questi sono dettagli irrilevanti. Bisogna
modernizzarsi, lasciando perdere le fisime di quei pochi citrulli
retrogradi che mugugnano sempre contro le novità. L’unica cosa
importante, ora, è la fedeltà vassallatica. Tributando il debito
omaggio, si può ottenere - tanto per fare un esempio - il quarto
posto su una materia che ha già tre docenti di ruolo e a malapena una
dozzina di studenti; mentre discipline che fatturano centinaia e
centinaia di esami, ma non sono abbastanza ‘ligie’, dovranno
affidare i corsi, per sopravvivere, a pensionati o a giovani precari
inesperti. Questo, devi pur ammetterlo, è un passo avanti gigantesco! Mi sono avvicinato per ascoltare
meglio, ma i due, quasi intuendo le mie intenzioni, hanno imboccato
uno squallido corridoio di via degli Alfani, sono entrati in un’aula
deserta e hanno chiuso la porta. Ero stanco e accaldato, non me la
sono sentita di continuare il pedinamento. Ho preso il primo autobus
di passaggio e, un po’ sconfortato, me ne sono tornato a casa.
Ireneo Galizia |