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Ricordate quella celebre inchiesta? Da allora è cambiato qualcosa? Neanche per sogno. Ma se volete farvi quattro risate sull’inestirpabile, ottusa e tronfia genia che vi affligge, leggetevi queste rime di Carlo Lapucci (dalla raccolta Statue di fumo) e, se volete approfondire l'argomento, ascoltate La famiglia del rettore nell'interpretazione di Gappa. O’ BBARONE Io
nacqui giovanissimo sopra
ad un piedistallo col
culo di cristallo ed
una borsa in man. Mi
dedico ai miei scritti abito
in via Me Stesso: son
uomo di successo dell’Università. Saluto
deferente vedendomi
allo specchio stimandomi
parecchio e
forse ancor di più. Non
posso restar solo a
lungo con me stesso: la
compagnia d’un fesso purtroppo
mi fa mal. Son
sopra quattro cattedre cinque
poltrone e un banco, eppure
non mi stanco ancor
d’arrampicar. Mi
muovo in grandi macchine che
il basso ceto agogna, ma
non mi fa vergogna perché
a sinistra ho il cuor. Mi
faccio le domande da
solo alle interviste, collaboro
a riviste anche
di varietà. All’estero
viaggio per
simposi e congressi, prolusioni,
decessi che
poi vo a raccontar. Mi
telefono spesso per
dirmi dove sono, per
dirmi: “Amor, perdono, presto
ritornerò”. Scrivo
articoli vari indeterminativi di
cui, per più motivi, son
l’unico lettor. Non
so più quel che dico, che
scrivo, cosa insegno: ormai
sono un congegno che
a sua insaputa va. Mi
scrivo cartoline, mi
faccio serenate, mi
dono autografate le
mie prime edizion. Parlo
a Parigi, a Londra, a
Mosca, a vuoto, a braccio, a
vanvera, a casaccio senza
difficoltà. Faccio
le scarpe, metto bastoni
tra le ruote, amo
le teste vuote che
ombra non mi dan. Finita
la carriera farò
una fondazione che
porterà il mio nome e
studierà sol me. Mi
farò imbalsamare e
metter nell’ingresso: starò
umil, dimesso tra
i ceri d’un altar. |